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    Daytona non dorme mai (e la Porsche nemmeno)

    Daytona non dorme mai (e la Porsche nemmeno)

    A Daytona la 24 Ore non è una gara. È una prova di resistenza per uomini, macchine e nervi. E anche quest’anno ha insegnato che non vince chi va più forte per un giro, ma chi sbaglia meno per un giorno intero.

    Porsche: terza Rolex 24 di fila

    La Porsche Penske ha conquistato la sua terza Rolex 24 consecutiva con la 963 di Felipe Nasr, Julien Andlauer e Laurin Heinrich, chiudendo dopo 705 giri davanti alla Cadillac Whelen di Jack Aitken, Pipo Derani e Tom Blomqvist per poco più di un secondo. Una di quelle differenze che in una gara sprint non contano nulla, ma dopo 24 ore valgono tutto.

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    I vincitori della 24h di Daytona. Foto: Penske Team.

    La partenza

    La corsa è iniziata subito in modo caotico: alla prima curva un testacoda ha scatenato un incidente che ha coinvolto prototipi e GT, con la safety car chiamata in pista dopo pochi minuti. Daytona non aspetta nessuno. Con il passare delle ore Porsche ha preso il controllo senza mai scappare davvero. Cadillac e BMW sono rimaste sempre lì, abbastanza vicine da mettere pressione, ma mai abbastanza per attaccare sul serio.
    Poi è arrivata la notte. E non una notte normale. Una nebbia fittissima ha avvolto il circuito, costringendo la direzione gara a neutralizzare la corsa per oltre sei ore consecutive: una situazione mai vista prima in modo così prolungato. Le strategie si sono congelate, i distacchi azzerati e tutto è ripartito da capo all’alba.

    Caldo, umidità e tecnica

    A rendere tutto ancora più complicato, il clima: dopo edizioni gelide, quest’anno l’umidità e il caldo notturno hanno trasformato gomme e freni in un rompicapo tecnico. Le nuove coperture Michelin hanno dovuto funzionare in condizioni completamente diverse nel giro di poche ore, mentre i sistemi Bosch di supporto ai piloti sono diventati fondamentali nelle ripartenze e nel traffico. Quando il sole è tornato a illuminare il banking, la Rolex 24 si è trasformata in una gara sprint di sei ore. Porsche ha sistemato i danni aerodinamici e ha giocato la mossa giusta ai box, mettendo Nasr nella posizione ideale per controllare il finale.

    Inseguimento continuo e traffico

    Da lì in poi è stato un inseguimento continuo. La Cadillac sempre negli specchietti, la BMW pronta ad approfittare di ogni errore, e il traffico delle GT a rendere tutto più difficile. Negli ultimi giri il distacco era intorno al secondo: nessuno poteva permettersi di respirare. Nasr ha vinto non scappando, ma passando le GT con precisione chirurgica, scegliendo ogni linea come se fosse l’ultima curva della gara.

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    La Ferrari n.21, classe GTD. Foto: Ferrari Press Office.

    GT: Ferrari e Lamborghini solide, ma senza podio

    Nelle classi GT Ferrari e Lamborghini hanno mostrato solidità ma senza riuscire a salire sul podio. La migliore Ferrari 296 GT3 ha chiuso nelle posizioni di ridosso della top ten, mentre la Lamborghini di Andrea Caldarelli ha lottato fino alla fine per restare nel gruppo dei migliori.

    Caldarelli ha raccontato una gara dura ma intelligente: forti fino al buio, più in difficoltà all’alba, poi una rimonta costruita con costanza e strategia. “Non eravamo i più veloci – ha detto – ma siamo stati puliti. Il podio è stato quasi un miracolo”.

    Porsche e Ferrari: giganti dell’endurance

    Porsche festeggia così la terza vittoria consecutiva a Daytona, mentre Ferrari ha costruito il suo dominio recente a Le Mans. Due giganti dell’endurance che si rispondono sulle piste più importanti del mondo. Ma proprio mentre Porsche domina in America, dal 2026 lascerà il WEC europeo. Un addio che farà rumore, soprattutto a Le Mans, dove la sua assenza cambierà l’equilibrio della categoria. Daytona 2026 resta così una gara di pazienza, di testa e di dettagli. Una 24 Ore in cui non ha vinto chi ha spinto di più, ma chi ha saputo aspettare il momento giusto.
    E forse è proprio questo il vero segreto dell’endurance.

    Articolo a cura di Tommaso Gasparri Zezza.