
Spesso siamo abituati ad accendere la televisione e a considerare i piloti e le squadre del motorsport come esseri perfetti. Molte volte, davanti alle telecamere o ai giornalisti, li vediamo sereni, nonostante la costante ed elevata pressione a cui sono sottoposti. Ma la realtà è un’altra: spesso ciò che mostrano non corrisponde a quello che provano realmente, e le emozioni vengono mascherate. Anche loro, così come tutti noi, hanno delle debolezze e difficoltà che devono essere affrontate con le persone giuste.
Per essere dei buoni piloti non basta essere solo veloci o intelligenti. Serve professionalità, spirito di squadra, collaborazione, empatia, una buona dose di auto e consapevolezza di poter rendere al massimo. Proprio per questo, abbiamo avuto il piacere di parlare con Israel Sanchez, fisioterapista e osteopata.
Chi è?
Apprezzato per la sua empatia e professionalità, Israel Sanchez fa parte del personale medico che collabora con Formula Medicine e Visa Cash App Racing Bulls. Si occupa principalmente di assistere tutto il personale in trasferta per le gare, ma non solo. Tra i suoi compiti, condivisi con i suoi collaboratori, c’è quello di fornire il supporto medico necessario affinché tutti i membri del team possano fare il proprio lavoro nel modo migliore possibile.
Oltre a questo, Israel Sanchez collabora con la direzione sportiva per migliorare le prestazioni della pit stop crew, composta da circa 25 persone. Un aspetto fondamentale del suo lavoro è il benessere fisico del team: si assicura che ciascun membro sia in buona salute, offrendo supporto alla direzione per ottimizzare la performance del team. Insieme allo staff di Formula Medicine viene fornito un servizio di supporto medico, atletico e mentale a 360 gradi
Ma non si tratta solo di fisicità. Un altro tema cruciale è quello mentale. Israel Sanchez sottolinea come l’attività del cambio gomme richieda un allenamento intensivo, basato su una coordinazione precisa, sia individuale che collettiva. Tuttavia, fattori interni o esterni possono compromettere l’equilibrio psicologico del gruppo. Per questo, lui e il suo team si impegnano a fornire un supporto psicologico mirato, affinché ogni componente possa affrontare le sfide con lucidità e serenità.

Negli ultimi anni, come già accennato, la salute mentale è diventata un tema sempre più importante nel dibattito pubblico. È una componente fondamentale nella vita quotidiana di ciascuno di noi: dagli sportivi ai lavoratori, senza alcuna distinzione. Chi meglio di lui può analizzare e interpretare questa crescente attenzione verso un argomento che, in passato, è stato trascurato?
“In passato c’era meno attenzione ai piccoli dettagli. Oggi invece, negli sport di alto livello, così come in ambito lavorativo, l’aspetto mentale è molto importante. Quando devi prendere delle decisioni o devi eseguire dei lavori che hanno un grosso senso di responsabilità non ti devi far coinvolgere da qualsiasi tipologia di influenza. Bisogna prestare attenzione a non farsi coinvolgere da aspetti negativi che possono avere origine sia da fattori interni che esterni. In sintesi, è importante, restare presenti, lucidi e concentrati.
Anche attraverso la comunicazione si possono creare situazioni in cui puoi faticare a livello mentale, oppure, in seguito a errori, possono emergere delle incertezze. Il nostro compito è quello di rassicurare lo sportivo e il team e renderli allegri, perché questo è uno sport di squadra: si lavora sul gruppo e sull’aspetto motivazionale.
Quando le cose vanno bene, tutti sono contenti. Ma quando vanno male è più facile scoraggiarsi. È come per un tennista che sbaglia qualche punto: sa che deve continuare, anche nel momento più difficile, a dare il massimo, ed è quello che cerchiamo di fare. Noi siamo fuori dagli aspetti tecnici o meccanici, ma cerchiamo di darli tutto il nostro supporto, attraverso esercizi di riscaldamento, attività per i riflessi e per la coordinazione. Spesso prepariamo delle sfide e anche attività di team building. Lo stare insieme è fondamentale.”
Una passione in continua crescita
Com’è nata la sua passione per l’ambiente sanitario e, successivamente, per il motorsport?
Israel Sanchez ci racconta che il suo amore per entrambi è sbocciato sin dalle fasi iniziali della sua vita.
“Tutto proviene dalla stessa radice. Mio papà era innamorato del motociclismo ed era pilota, lo vedevo in pista sin da quando ero bambino, cercando per quel poco che potevo di aiutarlo. A 5 anni mi ha comprato la moto e ho iniziato a guidarla.
Sognavo sin da quando ero piccolo di correre, ma ho dovuto aspettare fino a 16 anni. Poi lui ha smesso e ho iniziato io. Come tutti i piloti mi sono rotto qualche ossa, ma purtroppo succede, soprattutto nel motociclismo. Lì però ho trovato dei fisioterapisti che mi hanno aiutato a rimettermi in pista. Da qui ho scoperto la fisioterapia: mi ha interessato e, dato che in famiglia tutti erano motociclisti e tutti si sono rotti delle ossa, c’era sempre qualcuna da riabilitare, e quindi è stata un’evoluzione abbastanza naturale.”

E la passione per le macchine era già presente?
Si, ma non quanto quella per le moto. Sanchez, tra i tanti aneddoti, racconta che fino a quando non ha iniziato a lavorare in questo settore non seguiva molte gare, ma era affascinato dai kart e da Alex Zanardi, con il quale ha anche avuto l’opportunità di collaborare. Il suo ingresso nel mondo delle quattro ruote è stato “un caso”, come lui stesso definisce. Grazie a Riccardo Ceccarelli, figura da cui ha imparato moltissimo, Sanchez è riuscito a farsi spazio nel mondo dei grandi.
Ma cosa lo ha spinto a scegliere questo percorso di studi e la relativa carriera professionale?
Israel Sanchez racconta: “È stato un po’ la maturità a guidarmi in quello che faccio oggi. Fino a quando correvo, volevo solo fare il pilota: non pensavo ad altro. Con il tempo però ho capito che nel mondo delle moto sono in pochi ad emergere. Ho deciso di studiare fisioterapia perché curare le persone era la cosa che mi piaceva di più. Ho anche ricevuto delle proposte di lavoro diverse da quelle attuali, sempre a livello sportivo, come il tecnico di pneumatici, ma non era quello che volevo fare. Mi piaceva l’idea di curare le persone e sono riuscito ad abbinarlo con la mia passione per le gare. Questo mi rende molto felice. È stata la maturità a condurmi a questa scelta, oltre che alla combinazione di tanti fattori.
Ho avuto la possibilità di trattare i pazienti in condizioni completamente diverse, e dopo qualche anno ho scoperto l’osteopatia: un campo un po’ diverso, più preventivo. Con l’osteopatia offri alle persone o al corpo la possibilità di auto-guarire, se non ci sono gravi patologie. Ovviamente l’aspetto mentale è fondamentale in ambito sportivo, e qualche concetto l’ho imparato da Formula Medicine. È una palestra fisica, ma non solo: è l’unica mentale al mondo, dove c’è un metodo di lavoro applicato sui piloti e sugli sportivi. È un metodo che funziona: io ho acquisito quei concetti insieme alla parte psicologica, che è essenziale in questo settore, e sono riuscito ad ampliarlo all’aspetto sportivo.”
“Qual è l’aspetto più gratificante del tuo lavoro? E quello più impegnativo?”
“La parte che amo di più è, senza dubbio, poter aiutare i ragazzi a mantenersi in forma e a dare il meglio di sé. Ogni atleta è diverso: c’è chi ha bisogno di lavorare sugli eccessi, chi sulle carenze… ma alla fine il segreto è accogliere ogni persona per com’è. Siamo tutti esseri umani, e la capacità di adattarsi alle diverse situazioni è una delle sfide più belle di questo mestiere.”
Sanchez sottolinea anche quanto sia coinvolgente il lavoro durante le competizioni. “Il giorno della gara è il momento più intenso. Collaborare con lo staff sportivo e garantire assistenza durante le sessioni è fondamentale. Quando le condizioni sono estreme, come in caso di caldo eccessivo, interveniamo con ghiaccio, integratori per l’idratazione e supporti nutrizionali, tutto ciò che serve per permettere agli atleti di esprimersi al meglio.”
Ma non mancano le difficoltà. Uno degli aspetti più complicati da gestire è il jet-lag. Sanchez racconta che, quando si trova dall’altra parte del mondo, anche dopo giorni di preparazione, mantenere la concentrazione diventa davvero difficile. È una sfida che va oltre il fisico: serve equilibrio, pazienza e tanta attenzione. “I lunghi viaggi in aereo sono davvero pesanti. Il jet lag può diventare un nemico silenzioso: altera il riposo e aggiunge ulteriore fatica a quella già accumulata. Capita, ad esempio, di passare dagli Stati Uniti al Messico, fino ad arrivare in Qatar nel giro di tre settimane. In questi casi vieni completamente “shakerato”: gli effetti sul corpo e sulla mente sono molto intensi, e bisogna fare attenzione a non sottovalutarli.”
L’importanza dell’aspetto psicologico
Israel Sanchez sottolinea anche l’importanza del supporto psicologico nel lavoro quotidiano con gli atleti. C’è chi ha bisogno di essere motivato, chi invece preferisce essere calmato. È una questione soggettiva: ognuno gestisce la tensione in modo diverso. Per questo, l’obiettivo principale è offrire un sostegno completo, che riguardi non solo l’aspetto fisico, ma anche quello mentale.
Prima di entrare nel team Racing Bulls, Sanchez ha avuto modo di lavorare anche con piloti singoli. Gli chiediamo quale sia, dal suo punto di vista, la differenza nella preparazione tra un pilota e una pit-stop crew.
“A dire il vero, non mi sono mai occupato direttamente della preparazione fisica in senso stretto, essendo osteopata e fisioterapista. Supporto i componenti della pit stop crew nell’eseguire i programmi pre-impostati dai preparatori fisici di Formula Medicine, completandoli con esercizi individualizzati per migliorare la performance e limitare gli infortuni.
Il mio ruolo principale è quello di fisioterapista di tutta la squadra: questo comporta non soltanto trattamenti, ma anche programmi specifici di rieducazione funzionale. I nostri servizi e l’offerta per il team sono in continua evoluzione, per cercare di alzare sempre l’asticella e mantenere alta la motivazione.
Con i piloti, invece, il mio ruolo è generalmente più orientato all’assistenza in pista e al supporto pratico durante tutte le sessioni, tra trattamenti manuali e ricerca costante del miglioramento della performance sportiva. Ciò che ho imparato è che ogni persona è un mondo a sé: non esiste un metodo universale che funzioni per tutti.”
Israel Sanchez sottolinea quanto sia importante adattarsi alle esigenze individuali: “Io non sono un preparatore atletico, ma l’esperienza mi ha insegnato che la chiave è sapersi modellare sulla persona che hai davanti. Capire i suoi limiti, le sue risorse, il suo modo di reagire. È lì che si fa davvero la differenza.”
Aggiunge inoltre che, pur lavorando con profili molto diversi tra loro, esistono alcuni elementi comuni nella preparazione degli atleti, soprattutto nel mondo del motorsport.
“Un aspetto condiviso da tutti è il rinforzo dei muscoli del collo, fondamentale per resistere alle sollecitazioni durante la guida. Ma per il resto, ogni pilota ha le sue preferenze e il suo approccio. C’è chi predilige certi metodi rispetto ad altri: ricordo, ad esempio, che Kvyat amava la boxe e faceva riscaldamento in stile pugilistico. Per lui era un modo efficace di attivarsi, perché faceva qualcosa che gli piaceva.”
Oltre alla preparazione fisica, ci sono altri aspetti da tenere in considerazione: concentrazione, riflessi e coordinazione sono fondamentali, e si allenano con esercizi mirati. Poi c’è la motivazione, che gioca un ruolo cruciale. È un fattore che va gestito con attenzione, perché incide profondamente sulla performance.

“Nel tuo lavoro di assistenza invece ci sono differenze nell’approccio che hai”?
“Assolutamente si, mi è capitato di assistere anche 6-8 piloti in contemporanea e l’aspetto comunicativo è fondamentale, devi essere disponibile e gentile con tutti.
Ogni persona filtra e scarica lo stress in maniera diversa, può capitare che ti ritrovi in situazioni non molto “simpatiche” ma devi saperle incassare perché dopo poco tempo hanno resettato e si è di nuovo amici come prima.
Quello che fai è adattarti a loro, quindi il nostro è un servizio molto complicato; vanno tenuti in considerazione moltissimi aspetti, come ad esempio nutrizione e trattamenti specifici, magari c’è chi vuole essere trattato spesso e chi invece non vuole mai essere toccato.
Anche dal punto di vista nutrizionale, noi possiamo dare dei suggerimenti, ma anche questi ogni pilota li può seguire in maniera diversa. Ricordo durante una gara di 24 ore un pilota mangiarsi un sacchetto di patatine fritte prima di uno stint. Qualcuno ti chiede certi cioccolatini, mentre altri bevono bevande gassate prima della qualifica. Cosa puoi farci tu come preparatore? Sono aspetti molto soggettivi, a volte glielo lasci fare anche per una questione mentale, molti la considerano come una routine e va benissimo così.
Nel caso della pit-stop crew invece è molto diverso, lavori con 25 persone insieme, quindi il servizio è meno personalizzato, anche se cerco comunque di adattarmi ad ognuno per quanto possibile.
Poi ovviamente posso seguire e supervisionare anche le preparazioni individuali, ma ad esse va affiancato un lavoro collettivo: nell’aspetto della competizione si cerca sempre di stimolare i ragazzi, motivarli e mantenere un buon ambiente tra loro.”
L’inizio della sua carriera
La carriera di Israel Sanchez nel motorsport non è iniziata dietro le quinte, ma in prima linea. Prima di diventare fisioterapista, infatti, era lui stesso a correre. Il passaggio dall’asfalto alla sala trattamenti è avvenuto quasi senza pausa: “Appena ho smesso di gareggiare, ero già lì, alla prima gara della stagione successiva, con un lettino e un compagno di università», racconta con un sorriso.
Il mondo delle corse non gli era affatto estraneo. Conosceva i piloti, le dinamiche, le tensioni. E proprio per questo, il distacco non è stato semplice.
“Lavoravo con tanti piloti, in tutte le categorie. È stato duro, perché sentivo forte il richiamo dei motori. Ma avevo preso una decisione, e sapevo che era quella giusta.”
Da quel momento, Israel Sanchez ha iniziato a costruire la sua nuova carriera, fatta di assistenza, ascolto e presenza costante. Un percorso che lo ha portato, passo dopo passo, a diventare una figura di riferimento nel paddock.
È stato proprio l’amore per le gare ad avvicinarlo a Formula Medicine. Con le auto ha avuto fin da subito l’opportunità di lavorare in campionati di altissimo livello: essere in BMW agli inizi è stato per lui un grande piacere, un’esperienza formativa che gli ha permesso di imparare molto e di entrare in contatto con piloti di grande calibro.
Secondo Israel Sanchez, per chi lavora nel settore, tra gare di auto e di moto le differenze non sono poi così marcate.
“I circuiti permanenti sono spesso gli stessi, il metodo di lavoro e la mentalità condividono molte somiglianze. All’inizio pensavo che il passaggio da una disciplina all’altra sarebbe stato più netto, ma in realtà la vera differenza sta nei piloti”.
Capirlo non è stato immediato. “Con il tempo ho compreso che la moto richiede una preparazione più fisica, mentre l’auto ha una componente mentale molto più accentuata. Questo aspetto non mi era chiaro fin da subito, ma è fondamentale: la gestione psicologica, la lucidità, la capacità di mantenere la concentrazione sono elementi che fanno davvero la differenza in pista.
“La moto non occupa tanto spazio in pista, quindi gli errori vengono pagati di meno, mentre le auto essendo più ingombranti riducono il margine di errore, e in più devi gestire molte più cose, come le gomme, la macchina, la comunicazione con il box… ci sono tante componenti che il pilota di moto non ha: devi essere veloce, forte e soprattutto “multitasking”. Corpo e cervello sono fortemente collegati: un grande stress mentale può incidere di riflesso sul lato fisico, quindi cercare di minimizzarlo può portare a grandi vantaggi”.

“Cosa consiglieresti a chi magari ha intrapreso un percorso di studi in ambito sanitario ma vuole in qualche modo riuscire a rimanere nel mondo del motorsport?”
“Come per qualsiasi altro lavoro, consiglio umiltà, voglia di imparare e soprattutto passione. Essere pronti ad ascoltare chi è più esperto ed avere l’umiltà di accettare quei preziosi consigli è la chiave in ogni attività.
Io sono una persona a cui non piace apparire per ciò che non è e penso che essere “veri” sia importante anche in campo lavorativo. Per entrare in un determinato mondo serve conoscerlo bene ma prima di tutto bisogna amarlo. Questo ancor di più nel mio ruolo di preparatore fisico, dove va tenuto conto del fatto che ogni sport è diverso e richiede metodologie di lavoro specifiche.
Quando si inizia a lavorare ad alti livelli in un determinato sport vai incontro ad un livello di stress non indifferente: non importa quanto tu possa divertirti, devi assolutamente amare lo sport in questione per riuscire ad andare avanti con quelle pressioni, soprattutto nei momenti in cui le cose non vanno per il meglio.
Nel motorsport, inoltre, c’è un ulteriore scoglio, ovvero il fatto che sarai spesso lontano da casa, il che potrebbe anche ad incidere sulla vita privata.
Quindi consiglio sempre di rifletterci molto bene prima di intraprendere una strada così impegnativa, ma se hai la passione, voglia di lavorare e determinazione allora vale davvero la pena provarci.”
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