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    Sicurezza o Marketing? La sottile linea rossa del motorsport moderno

    Sicurezza o Marketing? La sottile linea rossa del motorsport moderno

    Un tema che sicuramente non perderà mai la sua centralità nel motorsport è la sicurezza. Negli ultimi anni, l’aumento delle risorse economiche è andata di pari passo con complessi lavori ingegneristici con un obiettivo chiaro: minimizzare il rischio in pista. Certo, è impossibile ridurre a zero la componente pericolo e forse, nel bene e nel male, è proprio questo vivere sul filo che piace ai piloti. La capacità di andare oltre i propri limiti e di quelli del proprio mezzo, sfidando le leggi della fisica: tutto ciò rimane il cuore pulsante del motorsport.

    La Safety car della F1 in Bahrain, l
    © La Gazzetta dello Sport

    Negli ultimi anni il mondo dei motori, anche attraverso i suoi sport cardine, come la Formula 1 e la MotoGP, hanno compiuto dei progressi senza precedenti. Quante vite sono state salvate in Formula 1 o nelle categorie minori grazie all’introduzione dell’Halo? O quante ne sono state salvate in MotoGp grazie a delle protezioni sempre più efficaci?

    Seppur oggi la realtà ci dice che la sicurezza ha toccato il suo apice, tanti sottovalutano ancora i rischi che il motorsport nasconde. C’è infatti un equilibrio che non deve mai essere superato. Come disse Niki Lauda nel celebre film Rush: “Ogni volta che salgo in macchina accetto il 20% di probabilità di morire. Ma neanche un punto di più”. Il messaggio è chiaro e più che attuale. I piloti sono professionisti del rischio, non carne da macello. Sono consapevoli del rischio e lo accettano, ma senza andare oltre un filo molto sottile che lega la vita da un brivido temporaneo.

    Il Paradosso di Adelaide: Tradizione vs business

    Nonostante la tecnologia sia ai massimi storici, recentemente abbiamo assistito ad una controtendenza preoccupante legata ai calendari. Pochi giorni fa, in MotoGP è stato annunciato l’ingresso del circuito di Adelaide, in Australia, a partire dal 2027. Questa decisione ha scosso l’ambiente. Non solo la massima espressione delle due ruote perderà quindi la pista di Phillip Island, una delle più iconiche e sicure, ma lo fa introducendo un circuito cittadino, ancora più pericoloso se consideriamo il mezzo a due ruote. La sua introduzione solleva quindi dubbi profondi.

    Il tracciato di Adelaide che debutterà in MotoGP nel 2027
    © Giornalemotori

    Ma perché questa decisione? Carlos Ezpleta, direttore sportivo della MotoGP, afferma che l’ingresso di Adelaide nel motomondiale rappresenta una svolta, senza però intaccare in alcun modo il tema della sicurezza. “Portare la MotoGP ad Adelaide segna una pietra militare nell’evoluzione del nostro campionato. Fin dall’inizio, insieme alla FIM (Federazione Internazionale di motociclismo), ci siamo assicurati di non arrivare a compromessi su questo tema. Tutti gli elementi del circuito sono stati progettati per soddisfare i più alti standard della moderna MotoGP, garantendo ai piloti di poter gareggiare alla massima intensità in totale sicurezza”.

    Questa scelta ha inevitabilmente condotto a numerose critiche da parte del pubblico e degli addetti ai lavori. In particolar modo, Casey Stoner, due volte campione del mondo della classe regina, ha polemizzato la scelta di sostituire un circuito storico con uno cittadino, che non dovrebbe avere nulla a che fare con la MotoGP. Il rischio per l’australiano, non è solo la perdita del fascino di Phillip Island, ma anche della perdita della sicurezza dovuta al predominio del lato economico, come confermato da Jorge Viegas, presidente della FIM. “Si tratta di una decisione di natura commerciale, ma possiamo capirla. La MotoGP con Liberty Media intende crescere”. Il percorso dei prossimi anni potrebbe essere simile a quello visto in Formula 1, dove lo show ne fa da padrone.

    L’equilibrio tra rischio e spettacolo

    Il problema è strutturale e lo abbiamo visto nel mondo delle 4 ruote. Nei circuiti cittadini i piloti si esaltano, ma allo stesso tempo i muretti sono più vicini e i rischi sono più alti. Una situazione accettabile con le monoposto, ma con le moto no. Se un pilota scivola, non c’è una via di fuga, ma solo un muro che lo separa da un potenziale tragedia. Dunque, mentre una monoposto di F1 ha una “cellula di sopravvivenza” che assorbe l’urto contro un muro, un motociclista che scivola non ha protezione tra il proprio corpo e le barriere. In un cittadino, la distanza di arresto è drasticamente ridotta.

    Qual è quindi il giusto equilibrio da trovare? Perché, se le macchine e le moto sono più sicure, la percezione del pericolo sta aumentando? Qual è il giusto connubio tra la sicurezza e l’aspetto economico?

    Sono tante le domande e altrettante le risposte. Ma una cosa è certa. Seppur in una percentuale minore, la sicurezza riguarda non solo la presenza delle barriere, ma anche della stanchezza mentale e fisica dei piloti. Un forte aumento delle gare, che oramai sono tra le 22 e le 24 in una stagione, insieme l’introduzione delle gare sprint, aumentano le probabilità di un errore umano. Errore che potrebbe costare caro sia a se stessi che agli altri piloti presenti in pista.

    La Ferrari di Kimi Raikkonen con l
    © Corriere dello Sport

    È chiaro che il motorsport non può essere a rischio zero. Ma una cosa è certa: la sottile linea rossa tra la ricerca dello spettacolo e la sicurezza deve e dovrà sempre pendere a favore della vita dei protagonisti. Indipendentemente dallo sport che si disputa, quei ragazzi e quelle ragazze che si allacciano il casco non corrono solo per loro stessi. Gareggiano per vincere, certo, ma lo fanno per il loro team, per le loro famiglie e per i loro tifosi. È qui che il marketing deve fermarsi davanti alla sicurezza.

    Il marketing e l’espansione commerciale sono motori vitali per lo sport, ma devono fermarsi davanti al buon senso. Il motorsport rimarrà sempre uno sport pericoloso, ma non dovrà mai diventare un gioco d’azzardo sulla pelle degli atleti.

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