C’è chi lo conosce per essere stato campione del mondo della GP2 Series o per il suo ruolo di terzo pilota Lotus in Formula 1. In molti, però, lo abbiamo scoperto e apprezzato ai microfoni di Sky Sport, dove ha raccontato la Formula 1 con competenza, autenticità e simpatia. Abbiamo avuto il piacere di parlare con Davide Valsecchi a Vallelunga, in occasione dell’FX Racing Weekend del 18-19 aprile.
Valsecchi: un racconto a 360°
Riavvolgiamo il nastro del percorso di Davide Valsecchi, tornando precisamente al 2012. Non è un anno come tutti: è l’anno della consacrazione. Davide diventa campione del mondo della GP2 Series a Singapore: un ricordo impossibile da dimenticare. Spesso però, guardando uno schermo, non ci si rende conto di cosa ci sia dietro un successo del genere. Non si tratta solo di un buon weekend di gara: si parla di sacrificio, passione e determinazione costante. Una dedizione che ha accompagnato Valsecchi per tutta la sua vita, sin da bambino. Raccontare le emozioni di un traguardo così importante — il successo di una vita — non è semplice. Eppure, Davide è riuscito a farlo.
“Era una sensazione particolare, perché eravamo a Singapore e subito dopo sono andato per tre giorni a Bintan Island, un isolotto indonesiano poco distante. Eppure non vedevo l’ora di tornare, davvero. Ero in vacanza, ma desideravo soltanto rimettermi in macchina: volevo altre gare, altre sfide. Pensavo: «Cazzo, questo è il momento più bello della mia vita. Rimettiamo tutto in gioco e ripartiamo per un altro inverno di battaglie».

Il racconto di quel weekend di Monza
In quel weekend lì non ero neanche troppo agitato. L’agitazione vera l’ho sentita a Monza, al penultimo weekend di gara. Era la gara di casa, ero vicino in classifica al mio avversario e lì ho sentito davvero la tensione, soprattutto in qualifica. Quel momento lì era stato determinante. Avevo la tensione perché volevo fare bene. Ricordo che nelle libere avevo fatto il terzo o quarto tempo, quindi ero lì davanti. Di solito, quando facevo quei tempi nelle libere, sapevo che sarebbe stato un grande weekend.
Però il mio compagno di squadra, Felipe Nasr, che poi andò in Formula 1, aveva fatto un buon risultato usando una configurazione di ali diversa dalla mia. Così il team e il mio ingegnere mi dissero: «Cambiamo assetto, vedrai che andrà meglio». Abbiamo montato la sua configurazione, più carica. Sono entrato in pista, ho guidato come nelle libere, allo stesso modo, ma ho fatto il tredicesimo tempo, mentre il mio rivale era secondo o terzo. È stato un momento di grande agitazione, anche perché la qualifica non era il mio punto forte”.
A quel punto è intervenuto il team principal di Davide Valsecchi, Jean-Paul Driot, scomparso nel 2019 e disse: “Tranquillo Davide: eri davanti prima e lo sarai anche adesso. Rimettiamo l’assetto di prima, volerai”. Valsecchi racconta che, una volta rientrato in pista con la vecchia configurato, è tornato nelle prime posizioni, mentre il suo rivale è sceso indietro a centro gruppo.
L’importanza delle persone giuste
“Quello è stato il momento più importante dell’anno e Driot, ex socio di Arnoux, ha avuto un ruolo determinante, con la sua sicurezza e la sua esperienza. Poi ho fatto bene in gara. Ho vinto gara 2, la Sprint Race, ho fatto bene anche in gara 1, anche se mi sembra di aver bucato a pochi giri dalla fine. Avevo la pressione dei familiari e degli amici a guardarti. Vado in testa al campionato e all’ultima gara chi me lo poteva togliere? In quel momento mi sentivo l’uomo più forte del mondo. All’epoca ero in una forma fisica incredibile. Ero biondo, ero magro, avevo una bella fidanzata: chi mi poteva battere? Ero andato a Singapore quattro giorni prima per allenarmi correndo alle due del pomeriggio nonostante il caldo. Di testa mi reputavo imbattibile in quel momento.
In quel weekend ho fatto le libere, in una pista che non avevo mai visto, con avversari che ci avevano già corso in altre categorie, nonostante avesse diluviato. Sono entrato in qualifica ed ero tranquillo e ho vinto il campionato. Ho sentito molto di più la tensione a Monza. Avevo la sicurezza di essere l’uomo giusto nel posto più del mondo. Pensavo: ‘Guarda che culo che ho’. Partivo da un piccolo paese e mi trovavo dall’altra parte del mondo a giocarmi un titolo mondiale. Chi può può permetterselo?
Ero in una sorta di stato mentale particolare, mi sentivo quasi un eroe greco. Dicevo: «Sono uno degli eletti, chi può portarmelo via?» A Monza avevo preso un gran vantaggio. In gara poi a Singapore ho fatto quello che dovevo: arrivare davanti al mio rivale. Ci sono riuscito in entrambe le gare e quello è stato determinante. In quel momento mi sentivo imbattibile”.

Lo step successivo come opinionista
Davide Valsecchi era riuscito a realizzare il sogno di una vita, ma ne restava ancora uno da inseguire: correre in Formula 1. Purtroppo, anche a causa della mancanza di sponsor, nel 2013 non andò oltre il ruolo di terzo pilota per Lotus F1 Team. Davide, però, non ha mai voluto allontanarsi da quel mondo. Nello stesso anno inizia la sua esperienza come opinionista per Sky Sport Italia, ruolo che ricoprirà fino al 2023. Dal maggio 2024 entra poi a far parte del team di commento della Formula 1 della RSI (Radiotelevisione della Svizzera Italiana), collaborando in alcune occasioni anche con Sky Sports UK. Alla domanda se il passaggio dal volante al microfono sia stato naturale oppure abbia richiesto del tempo per adattarsi, Davide Valsecchi risponde:
“È stato naturale, perché io sono sempre stato uno a cui è piaciuto il motorsport, mi piacciono le competizioni in generale con i motori. Impazzisco per le gare, mi piacciono anche quelle di cross. Quindi il passaggio è stato abbastanza naturale.
Se mi chiedi la sensazione, è che mi sono sempre sentito un ‘tagliato fuori’. Ho sempre pensato che la mia caratteristica migliore fosse la gara: tirare fuori il carattere, i tempi sul giro. Il finale di gara era roba mia. Quando poi sono passato a commentarle, anche se ero in un bel posto, mi sentivo comunque fuori, perché pensavo: ‘Io volevo essere lì, non qui’. Detto questo, il lavoro mi è sempre venuto naturale, perché ho sempre cercato di divertirmi. Io mi sono divertito sempre, non me ne fregava un cazzo di quello che pensavano gli altri, dei responsabili o dei giornalisti. Ho sempre cercato di divertirmi e dire quello che pensavo delle gare: se piace, bene. Se non piace, amen. Io sono fatto così.
L’onestà prima di tutto
A volte c’era la tendenza a raccontare le cose un po’ meglio della realtà, ma io non l’ho mai fatto. Ho sempre detto quello che pensavo, la mia verità. Poi ognuno la vede come vuole, perché non sono riscontri oggettivi. Però, se la Ferrari andava male, non dicevo: ‘Sì, però settimo posto positivo’ per la gara. Ho sempre cercato di essere oggettivo, nonostante il tifo e le amicizie.
È normale: siamo italiani. Quando sei dall’altra parte del mondo a seguire le gare, ti fa piacere che vinca un team con tanti ragazzi italiani che conosci, o una squadra come la Toro Rosso dove ci sono tanti italiani e amici. Un po’ tifavi, ma dovevi essere serio e obiettivo, perché le gare vanno raccontate con onestà. E so una cosa: i piloti sono super onesti con se stessi. Quando fanno un errore, possono uscire e dire davanti alle telecamere ‘sono il più forte del mondo’, ma poi a casa dicono: ‘Che cavolata ho fatto oggi’.
Mi ricordo che alcuni tifosi mi criticavano nell’anno in cui è arrivato Leclerc, Vettel fece fatica, Leclerc lo bastonò. Io dovevo essere critico con Vettel, anche se mi ha sempre trattato benissimo. Non sono mai stato cattivo, dicevo solo: ‘Mi aspettavo molto di più da lui’. Se fai tredicesimo in qualifica a Monza, cosa devo dire? Che bravo? È un campionissimo, e da campione mi aspettavo che fosse sempre davanti. Vederlo dietro dispiace, fa male, ma in quel momento non stava facendo quello che ci si aspettava. E lui era il primo a saperlo. Infatti mi ha sempre trattato benissimo e con grande rispetto.
Io non ho mai insultato Vettel come uomo, ho parlato solo delle prestazioni. E come persona è uno dei più simpatici e amabili del paddock, giuro. Poi in pista si trasformava, diventava durissimo con tutti, ma fuori era una persona splendida. Non c’è un meccanico della Ferrari che parli male di lui, neanche i rivali. È stato ed è un grande uomo, un grande sportivo, un grande atleta. Quattro titoli mondiali non li vinci a caso. Forse la sua carriera è finita un po’ presto, ma è stato prematuro nel vincere. Quello a 21 anni ha vinto il mondiale”.
Ma la storia di Davide Valsecchi continua. Nella seconda parte dell’intervista, spazio ai dettagli e ai momenti esclusivi di questa quotidianità tra commento e paddock.
Leggi anche: Intervista esclusiva ad Alberto Naska: alla scoperta del pilota più seguito d’Italia





